La guerra non è inevitabile

Eraclito sostiene che la guerra sia la madre di tutte le cose e che niente nasca se non dalla necessità della contesa. Hegel non solo segue il filone di Eraclito, ma si spinge fino a dire che la guerra, in quanto momento dell’antitesi della società, sia benefica per gli umani, perché solo attraverso il conflitto si raggiunge il riconoscimento della propria dignità e libertà, anche di fronte alle condizioni avverse della vita che ci vogliono subordinati a un padrone. Pensare che il progresso della civiltà sia in gran parte merito della guerra ha qualcosa di profondamente realistico, ma al contempo tanto illogico da dover essere spiegato. Possiamo ipotizzare che la guerra non piaccia al 98% degli uomini, dove quel 2% mancante è costituito da pazzi e da coloro che producono armi. Eppure fin dalla nostra entrata a scuola non facciamo che studiare una storia costellata di guerre. La giustificazione allo studio di questi conflitti è “perché la storia, e specialmente i suoi errori, non si ripetano.” Ma di fronte alle immagini delle guerre attuali, di cui il nostro Paese è anche partecipe come fornitore di armi, è difficile trovare la coerenza dei fini educativi dichiarati dello studio della storia. Vorrebbe forse dire che tutti i poteri forti, le industrie delle armi e i soldati non hanno mai studiato le guerre dai Sumeri in poi?! Non è credibile. C’è quindi da chiedersi se non veniamo in parte indottrinati alla cultura della guerra; se lo studio della storia, così come è ora, non abbia anche il fine di abituarci, inconsciamente a sentir parlare di guerre, per giustificarle. Gli Stati partecipano alle guerre in vista di importanti guadagni economici. Guadagni che spesso vengono considerati più importanti del dispendio di vite umane, come dimostrano molte delle attuali guerre in Africa, che potrebbero essere terminate già da molto tempo, ma che le grandi potenze globali ed economiche incentivano e tengono vive per una questione di profitti. Non tutti gli uomini che combattono per la patria ignorano il corso della storia e gran parte di essi non ha alcun interesse economico nel rischiare la vita quotidianamente su territori caldi come l’Iraq. Alcuni soldati trovano probabilmente il coraggio di fare la guerra nel proprio voto di obbedienza alla gerarchia, al proprio Stato e alla madre-patria. È qui che secondo me andrebbe applicato tutto ciò che studiamo sui libri di storia. L’obbedienza è sempre la scelta migliore?! Se i conflitti che caratterizzano la storia umana fossero analizzati criticamente, si comprenderebbe che al potere non conviene che cada la legge del più forte e che spesso la guerra ha fatto dello Stato il peggior nemico di se stesso. Poiché sono profondamente fiduciosa nelle abilità e nelle capacità di pensiero critico del genere umano, sento di voler credere con forza all’evitabilità della guerra, nonostante la pace eterna possa sembrare un progetto utopico in questa forma di civiltà, in quanto non potrebbe prescindere da una rottura degli attuali schemi di potere, produzione e consumo. La guerra non è quindi connaturata con l’uomo, ma è il prodotto della società che l’uomo stesso ha costruito per raggiungere e conservare il proprio benessere, anche a discapito di altre popolazioni che non hanno niente e pagano le spese (in vite umane), di chi ha già troppo e continua a volere di più.

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